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OSAKA HALF MARATHON

Osaka, 23/02/03

...

9° Assoluto  Bovio Nicola  1:06:11 ...

 

intervista.jpg (80667 byte)

 

Una straordinaria prestazione quella ottenuta dal nostro Nicola, trentaduenne podista amatore di Bellinzago (NO), che in Giappone non ha rappresentato solamente la Stramilano, in virtù del gemellaggio tra le due maratonine, ma ha rappresentato un po’ tutti gli italiani, e in particolar osaka3.jpg (55833 byte) modo noi novaresi che lo conosciamo e che abbiamo il piacere di ritrovarlo sempre sorridente alle corse della nostra zona.  

Siamo andati a prenderlo alla Malpensa con gli amici del Runners Team Omegna e ci ha raccontato entusiasta la sua avventura in terra d'oriente, ma per saperne di più, leggete il racconto che ha scritto per noi il diretto interessato, con il suo inconfondibile stile...

 

DE MANDRILLONE       by Nicola Bovio

"A nord del tempio di Kasuga, sulla collina delle giovani erbe, mi avvicinavo sempre di più a loro, quasi per istinto sagome dolci lungo i muri, bandiere tenui più sotto il sole, passa un treno era un temporale, sì, forse lo era. Ma lei chinava il capo poco, per salutare in strada, tutti quelli colpiti da stupore. Da lì si rifletteva chiara, in una tazza scura, in una stanza più sicura. Ma no."

Così cantava Eugenio Finardi nel '83 e così rimbalzavano parole della canzone "le ragazze di Osaka" nella sua testa vuota mentre attendeva l'arrivo del compagno di viaggio gironzolando a Malpensa. Già, chissà poi se le avesse incontrate queste ragazze di Osaka.

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Squillò la sveglia: dov'era? Il cuscino ripieno di chicchi di riso gli ricordò la realtà, o forse il sogno. Era in Giappone, per correre una mezza maratona in una città con una popolazione ben superiore ai 2.000.000 di abitanti. E lui, lui era lì per correre. Sapeva bene che non certo per il valore di una sua prestazione era stato scelto, quanto più per ciò che rappresentava la sua presenza nell'ambito di quell'incontro tra grandissime città gemelle. Si girò nell'enorme letto spostando l'orlo dello Yukata che aveva indossato per coricarsi e che ora lo avvolgeva come un salame.

Era ben preparato ad assolvere il compito di ambasciatore, cercando di calarsi il più possibile in quella che era la vita giapponese, ma non lo erapresentaz.gif (66104 byte) altrettanto ad indossare i panni del campione che non era e che ora, in quel remotissimo luogo all'altro capo del mondo, volevano fargli indossare. Accese la luce e la camera si illuminò. Dall'enorme finestra intanto le prime luci dell'alba coloravano di rosa un'ampia parte della stanza. Ma poi a lui, cosa poteva importare, era un gioco no, perché non vestirli per una volta quei panni, se volevano che così fosse? Che male c'era a giocare? Indossò la termica e sopra una felpa bianca della Mizuno che aveva acquistato tempo addietro dall'amico Davide e che ora sembrava decisamente appropriata al paese in cui si trovava, poi, prendendo le chiavi ed una cartina della città, chiuse la porta dietro le sue spalle ed uscì in strada, a giocare.

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Wen Ciao Yan, si chiamava, un ragazzo cinese di 24 anni che era seduto al suo fianco e che aveva incontrato poco prima correndo al parco. Lo salutò con un italianissimo "Ciao". Questi mosse il capo in segno di assenso e salutò. Da dietro un altro ragazzo, Cinese scattò chiedendo il nome in lingua inglese. "Nicola Bovio" rispose lui. "He's Wen Ciao Yan!!!" ribattè l'interlocutore dagli occhi a mandorla. La cosa più intelligente che gli passò per la testa fu di dire: "Ciao, Wen Ciao Yan" sorridendo, e questi "No, No, Wen Ciao yan". Non si stavano capendo, e lui si era ficcato in un vicolo cieco. Sapeva che Hai, voleva dire Si. Decise di risolvere la situazione in maniera saggia: "Hai, Wen Ciao Yan!" e fece una lunga pausa, poi agitando la manina in segno di saluto proseguì dicendo "Ciao!" Beh, questa volta non poteva non aver capito; infatti il cinesino (cioè era alto almeno 1,80) sorrise continuando a chinare il capo e rispose al saluto Dicendo: "Hai, Ni-Co-Lla" fece una pausa ed agitando la mano continuò "Bo-uio!!!".

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L'occhio della telecamera lo stava inquadrando fisso e non dava segni di volerlo mollare. Dietro di lui start.gif (89750 byte) poteva facilmente vedere molti giapponesi ordinatamente sistemati al loro posto, attendere la partenza. L'operatore zummava sul suo viso e sul pettorale, per poi ogni tanto scendere sulle gambe e le scarpe. Ora, se di per se la vista in Tv della sua faccia era qualcosa che lo inorridiva, immaginava la mamma geisha sorprendere il bimbo davanti allo schermo che trasmetteva le sue Nike mezze rotte (ma decisamente comode) che portava ai piedi. Si pentì di non aver adempiuto alla promessa che si era fatto alla partenza della Venice Marathon: quella di depilarsi le gambe, per dare almeno una parvenza di una recondita presenza di qualche muscolo.

Al suo fianco l'amico ungherese si stava sfilando la maglia della tuta della nazionale. "Embeh, l'avrà vinta coi punti della Ferrero ungheresi" pensò per sdrammatizzare. Poco oltre un nutrito numero di atleti giapponesi facevano degli allunghi. Lui si era immaginato di vedere dei piccoletti storti, ed invece gli sembravano gazzelle: ecco, solo gazzelle incazzate. Il più nero di tutti non era però il ragazzo di colore col numero 3, era il ragazzo di San Pietroburgo. Questi indossava una bandana nera e rossa, e guardava di fronte a se stesso, fisso, l'ampia strada a 4 corsie di partenza. Un brivido gli corse lungo la schiena; ma lui, lì, che cavolo ci stava facendo? Il suo gioco di fare il campione, stava per finire. Guardò il pettorale: n. 14!!! Gli avevano dato anche il numero per la schiena, ma pensavano che andasse così forte da non riuscir a leggere quello davanti??? In genere al via si riprometteva di arrivare al traguardo con una posizione inferiore al suo pettorale; ma porca di quella.... proprio il 14 dovevano dargli???

Come al solito i pensieri erano più veloci delle sue gambe e del tempo che scorreva, tanto che non si rese nemmeno conto che erano partiti i disabili. Con molta gentilezza un giapponesino che era sistemato dietro a lui gli fece cenno di avanzare, inchinandosi. In Italia gli sarebbero passati sopra in 30.

Era in prima fila. Ovviamente su tutta la lunga strada fu solo uno a venirtesta.gif (81421 byte) rimproverato per aver il piede sulla linea e non dietro. LUI! Lo sparo cancellò l'imbarazzo e senza pensare si buttò dietro al pirata Russo immaginando che fosse Davide a cui si attaccava sovente nelle corsette di Novara per non lasciarsi trasportare dalle sue note partenze kamikaze: "Ma porca pupazza, Davide, ma quanto c...o vai!" pensò transitando al 4° km in 12'14" e vedendo che il gruppo si stava allontanando con un bruciante allungo, ma dopo un parziale da 3'00 decise di trovarsi un Davide meno veloce, anche se un po' più giallo; se avesse continuato così non sarebbe arrivato al 10°. Niente, era solo. Solo in mezzo ad una strada immensa con a lato palazzi e molte persone che gli urlavano cose strane. Beh, era bello, era un'occasione incredibile e poi, nonostante il passaggio forte, sentiva di avere ancora molte energie. O forse, pensò, era solo un'illusione di quegli attimi di gara corsi col primo gruppo dietro all'auto del cronometro. Erano sensazioni splendide e ripensava a tutti gli amici a casa, pensava a quanto sarebbe stato bello essere là tutti come a Novara.

Regolari i successivi tre tratti da 5000 corsi sullo stesso tracciato che si snodava nel centro della città e nel cuore del parco dell'enorme Castello di Osaka. Ogni curva era perfettamente delimitata da bandierine, coni e nastri ed all'interno un numero incredibile di addetti impediva anche il minimo taglio. Al 10° 31'06 (15'52) al 15° 46'58" (15'52"). Proprio a quel punto capì che stava facendo veramente una gran bella gara e che si stava avvicinando a due atleti davanti. Ogni tanto aveva superato qualche ritirato, o qualche "scoppiato" ed ogni volta aveva pensato: "speriamo di non essere io il prossimo "

Non sapeva bene quanto mancava, ma erano in tre, come a Novara. Là aveva perso la volata. Si ritrovò a pensare "Beh, forse è meglio che non c'è Davide" e se ne ricordò le parole all'arrivo che l'avevano ammonito di non correre a strappi. Nessuno strappo. Mancava poco stava facendo una bella gara, forse la più bella della sua vita, decise di tentare. Decise che doveva essere un tentativo definitivo modello "o la va o la spacca". Allungò ad un osaka1.jpg (40556 byte) passo che riteneva il più veloce possibile in quel momento, sperando in cuor suo che potesse bastare la forza a portarlo all'arrivo. Poco dopo uno dei due inseguitori si staccava, ma l'altro no, sempre lì a pochi metri da lui, sempre attaccato. Un vialone larghissimo con all'orizzonte il cartello che indicava -1km ed il relativo tappeto. In pochi istanti ci sarebbe finito sopra, controllò istintivamente l'orologio del Franco: stava per scattare l'ora e 3 minuti, poteva correre quel chilometro anche in 4 minuti ed avrebbe fatto un tempo per lui impensato. Poteva anche scoppiare. Ebbene, perché non provarci. A circa 100 mt dal tappeto allungò ancora, era a manetta, la testa ciondolava chissà in che modo impietoso, il viso già poco carino sarebbe probabilmente entrato nella TOP ten Wreido di Ciak eppure aveva allungato. Dopo tutto non aveva nulla da perdere. Sul tappeto aveva circa 10 metri dall'inseguitore. Ogni istante che passava si aspettava di vedere il suo amico passare o a destra o a sinistra e lasciarlo a guardargli le chiappe. Nel contempo sapeva che ogni metro in più che avrebbe resistito lo avrebbe avvicinato all'ora e sei. Tirava come un pazzo, i metri passavano, entrò nel parco. Ecco pensò: "Ora potrei scoppiare e farei comunque un tempo sotto l'ora e sette" Il giapponese non arrivava e si manteneva sempre alla stessa distanza, non poteva mollare, non sino a che non l'avesse superato. A volte il destino è crudele. Lui aspettava il momento del sorpasso per mollare e questo momento non arrivava, lo costringeva a tendersi a bruciare ogni energia, a grattare anche le scaglie di quel barile che Manuel diceva sempre che sul fondo avesse qualcosa. Se aveva ragione qual vecchio portoghese, se aveva ragione. A cento metri dall'arrivo, con il cronometro che segnava ancora il quinto minuto e la gente che urlava il barile era tornato pieno di colpo. Poteva farcela davvero a indovinare la prima volata della sua vita. E la indovinò.

In un giorno aveva fatto il personale su 5.000 – 10.000 - mezza e aveva pure vinto la sua prima volata. Non era possibile, doveva solo aspettare l'ora in cui sarebbe suonata la sveglia per destarlo da quello strano, pazzo sogno.

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La sala era piena e lui gironzolava col bicchiere di birra giapponese in mano. Ad una birra non si rinuncia mai. La cosa era decisamente strana. Molteosaka4.jpg (50874 byte) persone gli si erano avvicinate complimentandosi e cercando di intavolare una conversazione in un poco probabile inglese. Ma la cosa strana era che molte erano ragazze. Non gli era mai capitato. In genere ad una festa doveva fare almeno trentasette tentativi per riuscire anche solo ad intavolare una minima conversazione con qualcuna. Ora, lì, dall'altro capo del mondo cos'era successo? Ragazze che gli versavano da bere, altre che gli chiedevano di posare con loro per foto ricordo, altre ancora che chiedevano all'interprete, alla sua interprete, se potevano parlare con lui. Doveva certamente suonare quella sveglia, doveva certo finire prima o poi quel sogno.

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Il gruppo di amici si era salutato. Lui aveva donato la maglia del suo gruppo a Wen Ciao Yan, che ora aveva capito che Ciao era un saluto, anche invirtù di un bellissimo allenamento mattutino fatto insieme. Erano stati giorni splendidi in cui non c'era stata solo la corsa. Era splendido il polietnico e variegato gruppo che si era creato. Aveva un amico ormai in ogni parte del mondo ed aveva scoperto che in fondo il mondo era molto più rotondo di quanto non pensasse. Aveva scoperto che anche agli atleti forti come il Russo (giunto poi terzo) piacciono le ragazze orientali ed i massaggi; aveva scoperto che le ragazze di Chicago amavano il sake quanto l'atleta di Budapest e che Stefan, di Amburgo, adorava la birra di qualunque tipo fosse. osaka5.jpg (51563 byte) Aveva mangiato con i sempre sorridenti signori di Melbourne facendo a gara col marito a chi trovava la cosa più schifosa. Aveva cercato per ore il suo piatto per scoprire che se l'era mangiato la traduttrice dei due di Buenos Aires; era stato su una torre panoramica a contemplare una città piena di luci che poteva essere ovunque al mondo; aveva passato splendidi momenti ridendo e scherzando col suo compagno di viaggio Luca, stupendosi del pazzo modo di vivere giapponese. Aveva deciso che l'ultima cosa da fare dopo una gara è mangiare in un ristorante giapponese perché ti fanno sedere per terra sulle tue stesse gambe; poi aveva cambiato idea perché li ti fanno anche i massaggi!!! Aveva fatto colazione con un atleta di San Paolo che era stato "qualcuno" e con il suo atleta che stava diventandolo, quel "qualcuno". Aveva fatto un bidet elettronico direttamente dove poco prima aveva tirato l'acqua. Aveva pregato al tempio buddista, aveva pregato al tempio scintoista seguendo la coppia di Melbourne, bevendo, sputando e poi tornando a bere dentro a dove aveva sputato pensando che fosse unaosaka6.jpg (69227 byte) tradizione: non lo era, ed aveva fatto una gran figura da pirla. Aveva bevuto l'acqua della purificazione solo molto dopo che la traduttrice della coppia di Melbourne aveva insistito per paura di fare un'altra figura da pirla. Aveva pregato un Dio che gli avrebbe portato longevità, ma aveva sbagliato scala ed in futuro probabilmente avrebbe avuto 100 figli!!! Aveva deciso che la coppia di Melbourne poteva andare in giro da sola e che poi, non lo capiva così bene questo inglese. Aveva visto i riflessi dorati degli ornamenti del castello brillare all'alba ed aveva visto un impiegato uscire per andare al lavoro da una tenda lì accampata. Si era perso nei colori e nelle luci di mille insegne ed aveva capito che le Geishe sono di tre tipi. Aveva detto che secondo lui 50 km alla settimana erano pochini anche per un triatleta di san Francisco senza capire che lui si riferiva a 50 km di nuoto!!! Aveva stretto 8000 mani a 8000 persone di cui non si ricordava il nome nemmeno di una. Aveva vissuto un'esperienza incredibile, e nemmeno a casa, quando gli amici del Runners Team e Nuniez l'avevano accolto all'aeroporto, forse un po' esageratamente, ma con grande commozione da parte sua, beh, nemmeno allora si era svegliato.