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Una
straordinaria prestazione quella ottenuta dal nostro Nicola, trentaduenne
podista amatore di Bellinzago (NO), che in Giappone non ha rappresentato
solamente la Stramilano, in virtù del gemellaggio tra le due maratonine,
ma ha rappresentato un po’ tutti gli italiani, e in particolar modo noi
novaresi che lo conosciamo e che abbiamo il piacere di ritrovarlo sempre
sorridente alle corse della nostra zona.
Siamo
andati a prenderlo alla Malpensa con gli amici del Runners Team Omegna e
ci ha raccontato entusiasta la sua avventura in terra d'oriente, ma per saperne di più, leggete il racconto che ha scritto per noi
il diretto interessato, con il suo inconfondibile stile...
DE MANDRILLONE
by Nicola Bovio
"A
nord del tempio di Kasuga, sulla collina delle giovani erbe, mi avvicinavo
sempre di più a loro, quasi per istinto sagome dolci lungo i muri,
bandiere tenui più sotto il sole, passa un treno era un temporale, sì,
forse lo era. Ma lei chinava il capo poco, per salutare in strada, tutti
quelli colpiti da stupore. Da lì si rifletteva chiara, in una tazza
scura, in una stanza più sicura. Ma no."
Così
cantava Eugenio Finardi nel '83 e così rimbalzavano parole della canzone
"le ragazze di Osaka" nella sua testa vuota mentre attendeva
l'arrivo del compagno di viaggio gironzolando a Malpensa. Già, chissà
poi se le avesse incontrate queste ragazze di Osaka.
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Squillò
la sveglia: dov'era? Il cuscino ripieno di chicchi di riso gli ricordò la
realtà, o forse il sogno. Era in Giappone, per correre una mezza maratona
in una città con una popolazione ben superiore ai 2.000.000 di abitanti.
E lui, lui era lì per correre. Sapeva bene che non certo per il valore di
una sua prestazione era stato scelto, quanto più per ciò che
rappresentava la sua presenza nell'ambito di quell'incontro tra
grandissime città gemelle. Si girò nell'enorme letto spostando l'orlo
dello Yukata che aveva indossato per coricarsi e che ora lo avvolgeva come
un salame.
Era
ben preparato ad assolvere il compito di ambasciatore, cercando di calarsi
il più possibile in quella che era la vita giapponese, ma non lo era
altrettanto ad indossare i panni del campione che non era e che ora, in
quel remotissimo luogo all'altro capo del mondo, volevano fargli
indossare. Accese la luce e la camera si illuminò. Dall'enorme finestra
intanto le prime luci dell'alba coloravano di rosa un'ampia parte della
stanza. Ma poi a lui, cosa poteva importare, era un gioco no, perché non
vestirli per una volta quei panni, se volevano che così fosse? Che male
c'era a giocare? Indossò la termica e sopra una felpa bianca della Mizuno
che aveva acquistato tempo addietro dall'amico Davide e che ora sembrava
decisamente appropriata al paese in cui si trovava, poi, prendendo le
chiavi ed una cartina della città, chiuse la porta dietro le sue spalle
ed uscì in strada, a giocare.
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Wen
Ciao Yan, si chiamava, un ragazzo cinese di 24 anni che era seduto al suo
fianco e che aveva incontrato poco prima correndo al parco. Lo salutò con
un italianissimo "Ciao". Questi mosse il capo in segno di
assenso e salutò. Da dietro un altro ragazzo, Cinese scattò chiedendo il
nome in lingua inglese. "Nicola Bovio" rispose lui. "He's
Wen Ciao Yan!!!" ribattè l'interlocutore dagli occhi a
mandorla. La cosa più intelligente che gli passò per la testa fu di
dire: "Ciao, Wen Ciao Yan" sorridendo, e questi "No,
No, Wen Ciao yan". Non si stavano capendo, e lui si era ficcato
in un vicolo cieco. Sapeva che Hai, voleva dire Si. Decise di risolvere la
situazione in maniera saggia: "Hai, Wen Ciao Yan!" e fece
una lunga pausa, poi agitando la manina in segno di saluto proseguì
dicendo "Ciao!" Beh, questa volta non poteva non aver
capito; infatti il cinesino (cioè era alto almeno 1,80) sorrise
continuando a chinare il capo e rispose al saluto Dicendo: "Hai,
Ni-Co-Lla" fece una pausa ed agitando la mano continuò "Bo-uio!!!".
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L'occhio
della telecamera lo stava inquadrando fisso e non dava segni di volerlo
mollare. Dietro di lui poteva facilmente vedere molti giapponesi
ordinatamente sistemati al loro posto, attendere la partenza. L'operatore
zummava sul suo viso e sul pettorale, per poi ogni tanto scendere sulle
gambe e le scarpe. Ora, se di per se la vista in Tv della sua faccia era
qualcosa che lo inorridiva, immaginava la mamma geisha sorprendere il
bimbo davanti allo schermo che trasmetteva le sue Nike mezze rotte (ma
decisamente comode) che portava ai piedi. Si pentì di non aver adempiuto
alla promessa che si era fatto alla partenza della Venice Marathon: quella
di depilarsi le gambe, per dare almeno una parvenza di una recondita
presenza di qualche muscolo.
Al
suo fianco l'amico ungherese si stava sfilando la maglia della tuta della
nazionale. "Embeh, l'avrà vinta coi punti della Ferrero ungheresi"
pensò per sdrammatizzare. Poco oltre un nutrito numero di atleti
giapponesi facevano degli allunghi. Lui si era immaginato di vedere dei
piccoletti storti, ed invece gli sembravano gazzelle: ecco, solo gazzelle
incazzate. Il più nero di tutti non era però il ragazzo di colore col
numero 3, era il ragazzo di San Pietroburgo. Questi indossava una bandana
nera e rossa, e guardava di fronte a se stesso, fisso, l'ampia strada a 4
corsie di partenza. Un brivido gli corse lungo la schiena; ma lui, lì,
che cavolo ci stava facendo? Il suo gioco di fare il campione, stava per
finire. Guardò il pettorale: n. 14!!! Gli avevano dato anche il numero
per la schiena, ma pensavano che andasse così forte da non riuscir a
leggere quello davanti??? In genere al via si riprometteva di arrivare al
traguardo con una posizione inferiore al suo pettorale; ma porca di
quella.... proprio il 14 dovevano dargli???
Come
al solito i pensieri erano più veloci delle sue gambe e del tempo che
scorreva, tanto che non si rese nemmeno conto che erano partiti i
disabili. Con molta gentilezza un giapponesino che era sistemato dietro a
lui gli fece cenno di avanzare, inchinandosi. In Italia gli sarebbero
passati sopra in 30.
Era
in prima fila. Ovviamente su tutta la lunga strada fu solo uno a venir
rimproverato per aver il piede sulla linea e non dietro. LUI! Lo sparo
cancellò l'imbarazzo e senza pensare si buttò dietro al pirata Russo
immaginando che fosse Davide a cui si attaccava sovente nelle corsette di
Novara per non lasciarsi trasportare dalle sue note partenze kamikaze:
"Ma porca pupazza, Davide, ma quanto c...o vai!" pensò
transitando al 4° km in 12'14" e vedendo che il gruppo si stava
allontanando con un bruciante allungo, ma dopo un parziale da 3'00 decise
di trovarsi un Davide meno veloce, anche se un po' più giallo; se avesse
continuato così non sarebbe arrivato al 10°. Niente, era solo. Solo in
mezzo ad una strada immensa con a lato palazzi e molte persone che gli
urlavano cose strane. Beh, era bello, era un'occasione incredibile e poi,
nonostante il passaggio forte, sentiva di avere ancora molte energie. O
forse, pensò, era solo un'illusione di quegli attimi di gara corsi col
primo gruppo dietro all'auto del cronometro. Erano sensazioni splendide e
ripensava a tutti gli amici a casa, pensava a quanto sarebbe stato bello
essere là tutti come a Novara.
Regolari
i successivi tre tratti da 5000 corsi sullo stesso tracciato che si
snodava nel centro della città e nel cuore del parco dell'enorme Castello
di Osaka. Ogni curva era perfettamente delimitata da bandierine, coni e
nastri ed all'interno un numero incredibile di addetti impediva anche il
minimo taglio. Al 10° 31'06 (15'52) al 15° 46'58" (15'52").
Proprio a quel punto capì che stava facendo veramente una gran bella gara
e che si stava avvicinando a due atleti davanti. Ogni tanto aveva superato
qualche ritirato, o qualche "scoppiato" ed ogni volta aveva
pensato: "speriamo di non essere io il prossimo "
Non
sapeva bene quanto mancava, ma erano in tre, come a Novara. Là aveva
perso la volata. Si ritrovò a pensare "Beh, forse è meglio che
non c'è Davide" e se ne ricordò le parole all'arrivo che
l'avevano ammonito di non correre a strappi. Nessuno strappo. Mancava poco
stava facendo una bella gara, forse la più bella della sua vita, decise
di tentare. Decise che doveva essere un tentativo definitivo modello
"o la va o la spacca". Allungò ad un passo che riteneva il più
veloce possibile in quel momento, sperando in cuor suo che potesse bastare
la forza a portarlo all'arrivo. Poco dopo uno dei due inseguitori si
staccava, ma l'altro no, sempre lì a pochi metri da lui, sempre
attaccato. Un vialone larghissimo con all'orizzonte il cartello che
indicava -1km ed il relativo tappeto. In pochi istanti ci sarebbe finito
sopra, controllò istintivamente l'orologio del Franco: stava per scattare
l'ora e 3 minuti, poteva correre quel chilometro anche in 4 minuti ed
avrebbe fatto un tempo per lui impensato. Poteva anche scoppiare. Ebbene,
perché non provarci. A circa 100 mt dal tappeto allungò ancora, era a
manetta, la testa ciondolava chissà in che modo impietoso, il viso già
poco carino sarebbe probabilmente entrato nella TOP ten Wreido di Ciak
eppure aveva allungato. Dopo tutto non aveva nulla da perdere. Sul tappeto
aveva circa 10 metri dall'inseguitore. Ogni istante che passava si
aspettava di vedere il suo amico passare o a destra o a sinistra e
lasciarlo a guardargli le chiappe. Nel contempo sapeva che ogni metro in
più che avrebbe resistito lo avrebbe avvicinato all'ora e sei. Tirava
come un pazzo, i metri passavano, entrò nel parco. Ecco pensò: "Ora
potrei scoppiare e farei comunque un tempo sotto l'ora e sette"
Il giapponese non arrivava e si manteneva sempre alla stessa distanza, non
poteva mollare, non sino a che non l'avesse superato. A volte il destino
è crudele. Lui aspettava il momento del sorpasso per mollare e questo
momento non arrivava, lo costringeva a tendersi a bruciare ogni energia, a
grattare anche le scaglie di quel barile che Manuel diceva sempre che sul
fondo avesse qualcosa. Se aveva ragione qual vecchio portoghese, se aveva
ragione. A cento metri dall'arrivo, con il cronometro che segnava ancora
il quinto minuto e la gente che urlava il barile era tornato pieno di
colpo. Poteva farcela davvero a indovinare la prima volata della sua vita.
E la indovinò.
In un
giorno aveva fatto il personale su 5.000 – 10.000 - mezza e aveva pure
vinto la sua prima volata. Non era possibile, doveva solo aspettare l'ora
in cui sarebbe suonata la sveglia per destarlo da quello strano, pazzo
sogno.
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La
sala era piena e lui gironzolava col bicchiere di birra giapponese in
mano. Ad una birra non si rinuncia mai. La cosa era decisamente strana.
Molte persone gli si erano avvicinate complimentandosi e cercando di
intavolare una conversazione in un poco probabile inglese. Ma la cosa
strana era che molte erano ragazze. Non gli era mai capitato. In genere ad
una festa doveva fare almeno trentasette tentativi per riuscire anche solo
ad intavolare una minima conversazione con qualcuna. Ora, lì, dall'altro
capo del mondo cos'era successo? Ragazze che gli versavano da bere, altre
che gli chiedevano di posare con loro per foto ricordo, altre ancora che
chiedevano all'interprete, alla sua interprete, se potevano parlare con
lui. Doveva certamente suonare quella sveglia, doveva certo finire prima o
poi quel sogno.
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Il
gruppo di amici si era salutato. Lui aveva donato la maglia del suo gruppo
a Wen Ciao Yan, che ora aveva capito che Ciao era un saluto, anche invirtù
di un bellissimo allenamento mattutino fatto insieme. Erano stati giorni
splendidi in cui non c'era stata solo la corsa. Era splendido il
polietnico e variegato gruppo che si era creato. Aveva un amico ormai in
ogni parte del mondo ed aveva scoperto che in fondo il mondo era molto più
rotondo di quanto non pensasse. Aveva scoperto che anche agli atleti forti
come il Russo (giunto poi terzo) piacciono le ragazze orientali ed i
massaggi; aveva scoperto che le ragazze di Chicago amavano il sake quanto
l'atleta di Budapest e che Stefan, di Amburgo, adorava la birra di
qualunque tipo fosse. Aveva mangiato con i sempre sorridenti signori di
Melbourne facendo a gara col marito a chi trovava la cosa più schifosa.
Aveva cercato per ore il suo piatto per scoprire che se l'era mangiato la
traduttrice dei due di Buenos Aires; era stato su una torre panoramica a
contemplare una città piena di luci che poteva essere ovunque al mondo;
aveva passato splendidi momenti ridendo e scherzando col suo compagno di
viaggio Luca, stupendosi del pazzo modo di vivere giapponese. Aveva deciso
che l'ultima cosa da fare dopo una gara è mangiare in un ristorante
giapponese perché ti fanno sedere per terra sulle tue stesse gambe; poi
aveva cambiato idea perché li ti fanno anche i massaggi!!! Aveva fatto
colazione con un atleta di San Paolo che era stato "qualcuno" e
con il suo atleta che stava diventandolo, quel "qualcuno". Aveva
fatto un bidet elettronico direttamente dove poco prima aveva tirato
l'acqua. Aveva pregato al tempio buddista, aveva pregato al tempio
scintoista seguendo la coppia di Melbourne, bevendo, sputando e poi
tornando a bere dentro a dove aveva sputato pensando che fosse una
tradizione: non lo era, ed aveva fatto una gran figura da pirla. Aveva
bevuto l'acqua della purificazione solo molto dopo che la traduttrice
della coppia di Melbourne aveva insistito per paura di fare un'altra
figura da pirla. Aveva pregato un Dio che gli avrebbe portato longevità,
ma aveva sbagliato scala ed in futuro probabilmente avrebbe avuto 100
figli!!! Aveva deciso che la coppia di Melbourne poteva andare in giro da
sola e che poi, non lo capiva così bene questo inglese. Aveva visto i
riflessi dorati degli ornamenti del castello brillare all'alba ed aveva
visto un impiegato uscire per andare al lavoro da una tenda lì accampata.
Si era perso nei colori e nelle luci di mille insegne ed aveva capito che
le Geishe sono di tre tipi. Aveva detto che secondo lui 50 km alla
settimana erano pochini anche per un triatleta di san Francisco senza
capire che lui si riferiva a 50 km di nuoto!!! Aveva stretto 8000 mani a
8000 persone di cui non si ricordava il nome nemmeno di una. Aveva vissuto
un'esperienza incredibile, e nemmeno a casa, quando gli amici del Runners
Team e Nuniez l'avevano accolto all'aeroporto, forse un po'
esageratamente, ma con grande commozione da parte sua, beh, nemmeno allora
si era svegliato.
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