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La Gamba d’Oro è oramai arrivata
alla 27ª edizione grazie anche a personaggi che in tutti questi anni ne
hanno segnato profondamente la storia: uno su tutti mi sento di poter
dire, ma sono convinto che è opinione di tutti, è Virginio Boin che con
le sue innumerevoli vittorie, il suo carattere timido, il suo modo di
porsi rispetto agli altri sempre con umiltà ma nascondendo una profonda
saggezza, ha dato e continua a dare un’impronta indelebile a questa
manifestazione perché ne incarna gli ideali di amore verso lo sport, di
passione e sacrificio. Virginio Boin è la Gamba d’Oro e tutti noi gli
siamo riconoscenti per quello che continua a rappresentare dopo oltre
vent’anni.
Per
questo sono andato a trovarlo nella sua casa di Golasecca, in provincia di
Varese, dove vive con la moglie Rosanna e le sue due figlie Veronica e
Francesca.
Appena arrivato la prima cosa che
mi dice è: “Vieni, ti porto nel mio regno!” ed entriamo in una
vera e propria palestra con molti attrezzi e lettino per massaggi. “Qui
mi alleno con i miei amici quando facciamo potenziamento, la usiamo
soprattutto d’inverno, 2 o 3 sedute alla settimana; non è tutta roba
mia, ognuno ha portato quello che aveva a casa, così abbiamo potuto
realizzare un bel posticino”.
Dopodiché
passiamo nella ‘sala relax’, ci sediamo ad un tavolo e
incominciamo a chiacchierare.
-Parlami
un po’ delle tue prime esperienze da podista, quando hai incominciato?-
“A
15 anni, con un gruppetto di amici dell’oratorio di Golasecca, andavamo
a fare delle non competitive, sai, a quel tempo nel ’75 non erano
organizzate come adesso; c’erano un sacco di corse singole, anche a
pochi chilometri di distanza fra loro nella stessa giornata, un po’ alla
buona con un centinaio di partecipanti. La corsa però mi è piaciuta fin
dall’inizio, ce l’avevo nel sangue, infatti sono andato forte da
subito, battendo anche i miei amici che erano più esperti.
Dopo
un anno ero già all’Atletica San Marco nel settore Fidal; facevo le
gare in pista e su strada, le campestri e non rinunciavo neanche alle non
competitive della domenica. Però non ero contento, mi sentivo sfruttato,
se vincevo mi osannavano ma se la gara non andava bene non ero più
considerato. Pur andando forte in allenamento , in gara non riuscivo ad
esprimere il meglio delle mie possibilità a causa della troppa pressione
da parte della squadra: io a quel tempo ero molto timido ed ero costretto
a subire tutto questo. Anche se qualche risultato buono l’ho
ottenuto, l’ambiente non mi piaceva, non ero tranquillo, non mi
divertivo.
Così dopo il servizio militare mi
sono preso un paio d’anni di pausa. A 22 anni ho ripreso (perché
comunque sentivo che la corsa era una parte importante di me) ma non era
cambiato nulla e così dopo un anno ho deciso di mollare tutto e dedicarmi
esclusivamente all’attività amatoriale: volevo correre solo per puro
divertimento e per il mio benessere fisico.”
-Così
dopo sono arrivati gli anni dei numerosi successi…-
“Sì, diciamo che mi sono
allenato parecchio e ne ho raccolto i frutti; ho fatto degli anni a
vincere anche 35-40 gare e penso che più di così non potevo chiedere.
Comunque per me non era uno stress, mi divertivo e continuo a farlo anche
se ora faccio meno gare perché ho qualche anno in più sulle spalle.”
-Si può dire, quindi, che la
tua forza sta proprio nel divertimento che provi quando corri?-
“Direi proprio di sì. Quando sto
bene fisicamente e il percorso è bello, magari in mezzo al verde, riesco
a dare il massimo proprio perché mi diverto, e per me il risultato
diventa una conseguenza di tutto ciò, non è lo scopo principale
altrimenti sarei rimasto nel settore agonistico.
Per me la massima espressione della
corsa è quando sono solo e mi alleno, ad una buona andatura, nella pineta
‘Cuaresciana’ qua vicino: è un posto bellissimo, il sottobosco è
rado, gli alberi non sono fitti e lasciano penetrare i raggi del sole
creando dei giochi di luce incantevoli. Io assaporo il silenzio che mi
circonda concentrandomi sui battiti del cuore, sul fiato e sul rumore
della mia falcata: mi fondo con la natura e ritrovo tutto me stesso, il
mio spirito libero!
La corsa mi aiuta a scaricare la
tensione nei momenti di stress oppure a riflettere per prendere delle
decisioni, magari importanti: secondo me è la ragione principale per cui
uno si mette le scarpe e va a correre.”
-Quanto è importante
l’allenamento per te?-
“Beh, l’allenamento direi che
è la parte più importante, lo curo molto, mi piace diversificarlo e
cercare di non fare mai la stessa cosa: è per dare nuove sensazioni al
mio corpo.
In tutti questi anni sono arrivato
alla conclusione che quando fai una cosa il fisico è come se la
registrasse e nel momento in cui la ripeti se la ricorda, quindi non ha
nuovi stimoli; per questo per me è importante introdurre sempre qualcosa
di nuovo, delle variazioni all’allenamento, magari anche minime, così
sei pronto ad affrontare qualsiasi situazione durante la gara.
Da 15 anni oramai mi programmo
l’allenamento autonomamente, mi piace studiarlo bene a tavolino, vado
anche alla scoperta di nuovi metodi proprio per il motivo che ti dicevo
prima: e poi la soddisfazione più grande sta nel dare il massimo durante
la gara cercando di far fruttare il lavoro svolto durante la settimana. Io
vedo la gara come la finalizzazione dell’allenamento quindi
quest’ultimo secondo me è più importante della gara in se stessa.”
-Durante una gara capita di
avere dei momenti di crisi nei quali si cade nello sconforto, le gambe si
fanno pesanti, manca il fiato, si fa fatica ad andare avanti. La forza di
un atleta sta anche nella capacità di uscire da queste crisi: tu come fai
a superare questi momenti?-
“Dopo tanti anni di corsa io
cerco di prevenirli. Quando sento che le cose non stanno andando per il
verso giusto cerco di proiettare l’immagine del mio corpo davanti a me
come se mi guardassi allo specchio, così vedo quello che non va e cerco
di correggere la postura punto per punto, ad esempio raddrizzando le
spalle o aggiustando la falcata, così riprendo a correre in modo regolare
e non mi faccio sopraffare.
Non sempre però funziona e allora,
in base alla situazione, devo escogitare altri rimedi. Se sto correndo con
qualcuno cerco di ripetermi ‘Non mollare, guarda che anche lui sta
facendo fatica!’ così dimezzo il problema scaricandolo sul mio
avversario.
Se
invece sono da solo cerco di recitare mentalmente dei mantra di autostima
come ‘Coraggio, continua a correre’ oppure ‘Sei tu il più
forte, non devi mollare!’ e cose del genere, unite però a lunghi
respiri per regolare i battiti del cuore.
Comunque per quanto mi riguarda la
crisi è molto legata al percorso; ad esempio le gare piatte con lunghi
rettilinei le trovo molto monotone e perdo concentrazione, invece sulle
salite vado più forte e riesco ad esprimere tutto il mio potenziale.
Devo dire che la salita
rappresenta il mio punto di forza, sia fisico che mentale, perché se
sto entrando in crisi ma so che dopo c’è una bella salita riesco a
superare tutto.”
-Parliamo un po’ di come
fai a 42 anni ad ottenere ancora tutti questi successi riuscendo a battere
atleti molto più giovani: qual è il segreto della tua longevità?-
“Sicuramente quello di aver
ascoltato il mio corpo, correndo tanto ma prendendomi le giuste pause
durante l’anno, senza mai logorarlo. Ho cercato anche di gestire le
gare, dove potevo, per non subire stress inutili. Poi ho avuto la fortuna
di avere un fisico sano e particolarmente predisposto alla corsa e per
questo devo ringraziare Madre Natura. Anche l’allenamento costante e ben
mirato ha contribuito molto; devo dire inoltre che non ho mai avuto gravi
infortuni con conseguenti periodi di stop forzato.
Penso però che il mio vero
segreto stia nel fatto che mi sono sempre divertito e continuo a
farlo, quindi non ho mai fatto ‘fatica’.”
-Visto il tuo incredibile
palmares (443 vittorie), seppur da amatore che rimane comunque
invidiabile, non hai dei rimpianti per non aver continuato la strada
agonistica che avrebbe potuto darti sicuramente delle grandi
soddisfazioni?-
“No, non ho nessun rimpianto,
sono contento ancora oggi della scelta che ho fatto. Per come intendevo io
la corsa, quello agonistico non era un mondo che mi apparteneva, non sarei
mai stato sereno anche se, ne sono convinto, avrei potuto raggiungere dei
grandi risultati, ma a che prezzo? Fino a che età sarebbe durata la mia
carriera, 30-35 al massimo; dei miei amici che hanno scelto quella strada
hanno smesso anche prima. Ora ho 42 anni e mi sento ancora in grande
forma, sto bene sia fisicamente che mentalmente e sono ancora lì davanti,
perché dovrei avere rimpianti?
La corsa, quella che intendo io,
che si fa con gli amici per divertimento oppure dove tu lotti contro te
stesso solo per il semplice motivo di dire ‘ce l’ho fatta!’,
che ti fa apprezzare la natura che ti circonda, che ti fa scaricare la
rabbia o che ti fa riflettere: questa è la corsa che volevo fare e che
sono riuscito a realizzare.
Penso, a questo punto, di non dover
ricevere nulla di più e di essere in pari con la corsa; ho dato tanto ed
ho ricevuto altrettanto in termini di risultati ma anche a livello umano.
Infatti in questi anni ho avuto la possibilità di conoscere tante
persone e per me questa è stata una grande soddisfazione,
considerando il mio carattere timido e riservato.”
-Come mai non ti sei mai
avvicinato alla maratona, come invece fanno molti atleti?-
“Guarda, io penso che soprattutto
negli ultimi anni la maratona sia diventata un po’ una moda; dal mio
punto di vista non è molto salutare per il fisico perché si ‘raschia
il fondo’, è molto impegnativa e se ti va male, perché magari quel
giorno non stai tanto bene, butti via mesi di allenamento.
E poi penso che il mio fisico sia
più adatto ai 10.000, mi trovo meglio e riesco a dare di più, anche se
in effetti non ho mai provato a fare una 42 km.”
-Veniamo a quest’anno: 4
vittorie, 1 secondo e 2 terzi posti nella Gamba d’Oro; 1 vittoria al
Piede d’Oro ed una a Sizzano. Come giudichi questa stagione e quali
altri obiettivi hai?-
“Quest’anno
mi sono concentrato sulla qualità, meno gare ma allenamenti più
specifici per ottenere buoni risultati anche a livello cronometrico, ed è
andata bene; ho sfruttato al massimo il mio periodo di forma migliore che
come ogni anno coincide più o meno con la primavera.
Per quanto riguarda gli obiettivi,
ho intenzione di prepararmi bene per la Mezza Maratona del VCO, per
cercare di stare sotto l’ 1:10. Penso di partecipare anche alla Sgamelàa
d’Vigezz è un buon allenamento.”
-E per i prossimi anni cosa
hai intenzione di fare?-
“Continuare a correre come ho
sempre fatto, non per forza ma per divertimento!”
-Ti va di aggiungere
qualcos’altro?-
“Ci tengo a dire comunque che la
corsa non è la cosa principale della mia vita, certo è importante per me
stesso, mi serve, ma la mia famiglia, mia moglie e le mie figlie, vengono
prima di tutto, sono loro la mia vita.
E poi spero che la gente mi stimi
anche per qualcos’altro oltre che per la corsa: per quello che sono io
in realtà più che per le gare che ho vinto!”
Dopo oltre tre ore, volate via in
un baleno, ci siamo salutati dandoci l’arrivederci alla Gamba d’Oro.
Tornando a casa ripensavo a tutto quello di cui avevamo parlato quella
sera: ero andato lì per intervistare un grande podista, ho conosciuto
soprattutto un grande uomo.
Grazie Virginio!
Walter Cerutti
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